Nome: Bene sono Amelie Poulain, sono Clara Clarissima Chiaroveggente, Jo March, Irene, Thèrese Malaussène, Julie, sono anche Elisewin, Margherita, Shelly Shatzi, sono Amina la straniera, Nina, Vianne Rocher, sono Miriam Panofsky. Sono Manuel, soprattutto Manuel. Sono Mia. Sono Emily che è realmente esistita. Sono Rosa, sono Caia. Sono una delle sorelle Mora, e Amanda.
Ma magari fossi nata Borges.
I tulipani bianchi, soprattutto. Ma anche mettere i miei stivali rossi, la pioggia e gli alberi. Soprattutto se abbinati in un paesaggio. Il libri, la carta, l’odore della carta, le cose scritte.
Il latte, i carillon e la Francia. Le risate strane. Le farfalle come simbolo e i cani come vere entità animali. Saltare nelle pozzanghere. Ballare, i bambini. Firenze. L’arancione,e di conseguenza il giallo e il rosso. La materia umana in generale, pochi esseri umani nello specifico. Alzarmi con il segno del cuscino sul viso, i piccolissimi particolari insulsi, i segreti degli altri. Tutte le cose superflue.
Poi? Troppo c’è..
Oddio, lo stavo scordando: il tiramisĂą.
Gioca gioca gioca, convinciti convinciti convinciti, e poi parla parla parla, chiudi chiudi chiudi, corri corri corri, non chiedere non chiedere non chiedere mica serve, nascondi nascondi nascondi, scusati scusati scusati e poi preparati, e poi fermati, gioca con i tasti un secondo di più, ci sono cose che è meglio lasciar stare, meglio non svegliare il can che dorme, e una rondine non fa primavera, ma di rondini ne ho viste poche e di primavere abbastanza da anticiparle con il pensiero godendomi acqua e verde, ora parto, ora vado, ora scrivo. Ora, tra un niente, potrò forse vedere quello che aspetto da una vita. Ora, tra un niente, magari tutto finirà o rinizierà di nuovo, e io corro e gioco, perchè se solo mi fermo, ma chi si ferma più. Amen.
Ma tu che fine hai fatto? Ti ho nascosto io dietro le dita della mano, ti ho lasciato io cadere dall'alto di una foglia di fiore? O hai sceso da solo le scale tra la quercia e il ciliegio? Da solo hai deciso di uscire, o insieme a me hai aperto porte che non conosco? Ma tu, che solitamente alzi la testa e cerchi nuvole sulla strada e sui cornicioni dei balconi, cerchi troppo o non vuoi niente? Hai lasciato scivolare sabbia e acqua nelle mani, o solamente hai chiuso gli occhi per non dormire più senza accorgertene? Hai cucito sorrisi e pianti per cucire sorrisi e pianti o per vivere? E troverai uno stradello nei castagni che ti porta direttamente ad un fiume, o ad un albero bucato? Troverai? Ti fermerai? O correre è nelle tue gambe come sorridere alle mie labbra? Poso un bacio su questa finestra. Qualcuno prima o poi se lo prenderà.
Osservo con timore Bolormaa la Contorta
Concetto fatto carne nervi viscere legamenti
Sinuoso movimento
Monito terrorista che la retta è per chi ha fretta
Non conosce pendenze smottamenti rimonte
Densamente spopolata è la felicità
Densamente spopolata è la felicità
Preziosa
La felicità è senza limite e viene e va
La felicità è senza limite e viene e va
Viene
Viene e poi se ne va
Splendida Bolormaa arresa all'amore
Fluida contorta molle resistente
Lascia fluire il dolore
Che la felicità è senza limite
E va e viene
E va e viene
Sì, chiudo linee rette. Piego il ferro. Faccio combaciare l'inizio e la fine. E' freddo tra le mani. Freddo, sulla pelle. E' ferro. Dritto. Dritto sotto la pelle. Linee. Non si piegano, le ho fra le mani. Chiuse, cerchio, freddo, senza forze. Feroce. Qualche goccia di sangue o acqua. Acqua rossa. Sempre più limpida, più densa. Aspetto. Ascolto. So ascoltare. So attendere. Non so asciugare. Mi prosciugo, sole che batte, sole che batte, sole che batte. Sbatto. Vetri e ferro. Gabbie, trasparenti. Traspare il resto. Io rimango, con qualche cerchio di cosa intorno? Fumo. Appanno i vetri. Li apro, li scruto, li attraverso. E' ferro, questa paura che va via e torna, è come altalena nel verde, è ferro, è notte. Sì, è notte ora. Tra poco più, è notte. Poi giorno. Poi notte. Ancora. Vetro. Ferro. Sbattere, custodire: ingiallire. E' anche autunno. Capisco. Non c'è molto da capire, tutto rientra nella normalità. E' feroce. La mia normalità. Mi alzo, domani. E corro. Scappare. Quello che vorrei aver fatto ancora un po'. Lontana. E' ora. Lontana. Sola, scusatemi. Non so cosa farci. Perchè è ferro, e devo piegarlo. E' ferro. Sta per riscaldarsi, tenerlo tra le mani, stringere denti, tendere muscoli, cucire espressioni, modellare la pietra. Pietrificarsi ad ogni incrocio. In corsa. Da una corsa, scrivo. Mani, si tendono. Lo so. Non posso dire. Non posso spiegare.
E' solo ferro. Capire è difficile: è dentro, brucia, è ferro, ho freddo.
Ma sì, dai. Giochiamo ai piccoli rivoluzionari felici.
Questa riforma è orribile, se riforma si può chiamare, e mira a bloccare tutto il sistema formativo.
Quindi quale maniera migliore di protestare se non bloccandola prima noi da soli e facendoci tante tante canne tutti insieme??
Ma forse sono solo così cinica e intransigente perchè io, di seguire quelle lezioni, ne avevo una curiosità e una voglia incredibile.
E per favore, non mi dite che la mia università è okkupata con la doppia k perchè mi do allo sci di fondo.
Io. Mi perdo per strade che sanno di polvere di Medioevo. Io. Alzo lo sguardo verso strisce di cielo strane, e quanto sa essere diverso il cielo da un posto all'altro. Io. Cammino e un po' sorrido, a volte quasi piangerei. Mi si inumidiscono gli occhi di strana malinconia, quasi felicità. Il passo già più veloce, incrocio facce che non raccontano, e colori quasi tutti identici, e stranieri, e studenti, e intellettuali in via di disillusione e bambini, e vecchietti con espressioni bellissime. Ogni passo è una parola, scrivo senza muovere le mani, uso occhi come inchiostro, il colore è quello, io. Chiudo una porta e sospiro un sollievo sconosciuto. Sfioro un braccio di qualcuno con il mio, chiedo scusa, con un sorriso, passo e vado avanti. Grigio che quasi piove, ma non piove mai. La voglio vedere trasformarsi sotto tutte le stagioni questa città. Io. Scopro che sono intensa come una tazza di caffè nero fumante e che la fame mi è tornata. Io. Ecco dove mi avevo nascosta. Nemmeno troppo lontano da me, ma bene bene, così da scordarmi quasi, e poi invece ritrovarmi. Senza sforzo. Passi. Una ragazza giapponese ha degli occhi incredibili, di là dalla strada. Lui mi ha guardata, ma io non ho ricambiato. Una donna e la sua gonna azzurra. Il semaforo e intorno miriadi di persone in attesa di un colore. I fricchettoni che non esistono più, ma si ostinano a girare in gruppo. Stralci di conversazioni. Raccolgo un nome di ragazzo passando, e lo sguardo dolorante di chi lo pronuncia. Inspirare. Espirare. Siamo belli, tutti quanti siamo, credo. Penso, rido, sorrido. Cammino. Profumo di polvere posata. Scanso all'ultimo una bicicletta. Mi prendo una scampanellata più che giusta, dovrei tornare in contatto con i miei piedi. Ma forse mi accorgerei che mi fanno male, e che anche oggi ho macinato chilometri d'asfalto. Grazie a dio sono curiosa, penso. Sì, grazie a dio. Rispondo al telefono, sì tutto bene, no, non ho ancora mangiato, sì penso di mangiare però, certo, ci sentiamo, non so quando torno no, ci sentiamo dai. Ciao. Bisogna allontanarsi per essere amati. Ma cosa vuoi che conti? Qualcosa come niente, io cammino, ed è come una fiaba. Raccontamela, la prossima volta, abbracciandomi, raccontami questo c'era una volta, io sorriderò sulla tua pelle, tu e la tua voce di velluto bordeaux, fino a dormire.
Spalle e ferro. Piano. Piedi. Piano. Corri. Piano. Aspetta. Piano. Sorridi. Poi ascolta. Poi zitta. Piano. Scivola. Piano. Scorri. Come fiume, come treno. Piano. E' ora. Piano. Non prima. Ora. Piano, il momento- eccolo- piano. Eccolo. Il treno. Ecco. La porta. Il sedile. Valigia sopra, rossa, ruvida, dita piegate, goccia di sudore, piano. Sul viso, sul collo, una vena. Piano. Siediti. Piano. Corre il treno. Poi si ferma. Allora ti alzi. Piano. Scendi. Arrivata. O partita? Inizia di nuovo tutto adesso. Piano. Cammina, ancora, spalle, grigio, che è asfalto sotto ai piedi, piccoli. Valigia, dita piegate. Allora io vado: ciao. Bisbigliato.